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“I confini della medicina”. Ricordiamo il Professor Pasquale Rosito

Oggi desideriamo ricordare con gratitudine, affetto e stima il Professor Pasquale Rosito a 5 anni dalla sua morte.

La sua umiltà unita alla capacità professionale, all’umanità e al profondo rispetto sono stati insegnamento per tutti noi. Impossibile dimenticare la dedizione, l’impegno e la cura profusa verso i bambini e la capacità di comprensione e sostegno ai genitori nella sua incessante lotta contro il cancro infantile. Un vero, grande medico perché, oltre alla scienza medica, conosceva la comprensione umana della sofferenza, il rispetto per il dolore fisico ed emotivo.

Per ricordarlo pubblichiamo un suo breve testo scritto a due mani con la dottoressa Antonia Francesca Mancini, sua moglie, che con lui ha condiviso vita e impegno professionale. Grazie professore.

I confini della medicina.
Nella nostra professione di medici questo confine ha condizionato le nostre conoscenze. Abbiamo dovuto continuamente cercare di tenere presente la distinzione fra normale e anormale, fra fisiologico e patologico. Ma è già la scienza medica che di per sé ha incertezze su questo confine; infatti la linea di separazione fra fisiologico e patologico non è netta, ma sostituita da una zona grigia, ora più stretta ora più ampia.

Questa zona è definita: “range di normalità” e viene di tanto in tanto aggiornata, via via che migliorano le conoscenze su ciò che in medicina si può considerare normale (fisiologico). Tuttavia, anche quando si dovrebbe constatare, con apparente certezza, di trovarsi di fronte a un fenomeno anormale (anomalo, patologico) insorgono dubbi, poiché si sa che molte malattie sono in realtà dovute a una “normale” reazione dell’organismo a insulti di varia natura, di origine interna (per esempio gli autoanticorpi e i processi tumorali) o di origine esterna (come gli agenti infettivi e le sostanze tossiche).

Così, manifestazioni come la febbre, il dolore, il vomito, la diarrea, ecc. sono patologie (anormalità) o non piuttosto normali meccanismi di difesa dell’organismo? E si può dunque definire anormalità la malattia, se la vediamo come una battaglia che il nostro corpo normalmente conduce per la sopravvivenza, come accade per qualsiasi altro essere vivente? E non sono allora normali le cicatrici che, dopo una battaglia con esito vittorioso, possono rimanere? Eppure si deve purtroppo constatare che oggi è diffusa la percezione della malattia come di qualcosa da nascondere, qualcosa di degradante, di cui c’è da vergognarsi, perché considerata una anormalità, una diversità o, come minimo, una inammissibile perdita della propria integrità fisica, una inconfessabile debolezza, tanto più sentita quanto più è alta la posizione sociale. Ma non è invece più importante la conservazione dell’integrità dell’animo, che può attraversare eroicamente anche la più grave malattia ed uscirne più temprato di prima? E che valore veramente può avere l’aspetto dell’involucro se contiene uno spirito libero e bello, come una copertina gualcita che però riveste un bel libro? Al di là della medicina, il confine normalità/anormalità al contrario deve essere netto e ben riconoscibile. È nel campo dell’etica personale che oltrepassare la linea di demarcazione dovrebbe essere ragione, sempre per tutti, di intimo rifiuto e di sociale allontanamento.

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